Con un nuovo Provvedimento reso noto a luglio, il Garante per la protezione dei dati personali ha permesso ad un prestigioso marchio del settore del lusso (che vende gioielli, orologi, accessori, profumi e articoli di cosmesi) di conservare le immagini videoregistrate per un periodo di sette mesi nelle proprie boutiques.

Si tratta di un esito nuovo e, per certi versi, sorprendente, anche se per chi conosce il settore è già chiaro l’intendimento dell’Autorità della Privacy di consentire più agevolmente l’allungamento del tempo di conservazione delle immagini, ovvero l’adozione di sistemi di videoanalisi intelligente, a condizione che siano rispettati precisi requisiti e specifiche condizioni, che in passato non venivano ben focalizzate dal mondo della videosorveglianza.

Così il Garante, di fronte all’esigenza di verifica delle differenze inventariali di questo grande marchio del lusso (quando un piccolo pezzo può costare cifre a molti o moltissmi zeri), ha consentito che le immagini vengano conservate per sette mesi, cioè un mese oltre i sei dopo i quali debbono essere svolte le operazioni di inventario.

Ma non è questo l’unico motivo. Il richiedente, infatti, ha rappresentato che:
– deve assolvere agli oneri imposti dalle compagnie di assicurazioni tra cui “quello di porre in essere quanto necessario per evitare o diminuire il rischio furto ed il danno conseguente”;
– per la ricostruzione di eventuali sopralluoghi effettuati dai criminali può passare un notevole lasso di tempo, quindi è necessario conservare le immagini molto più di una settimana.

Ma c’era anche un’altra motivazione, alquanto singolare, avallata dal Provvedimento dell’Autorità Garante. Il richiedente avrebbe sostenuto che il recente incremento di furti alle gioiellerie, legato “anche alla diminuzione delle rapine alle banche”, avrebbe esposto sempre più il settore al “rischio criminale”, come dimostrato da una serie di denunzie presentate presso le Forze dell’Ordine.

Non conosciamo il testo dell’istanza presentata, né se fosse accompagnata da precisi dati statistici sull’incremento dei reati contro le gioiellerie (che non sono menzionati), e accogliamo senza dubbio con favore un provvedimento di “apertura” di questo genere, ma è perlomeno sorprendente che sia stata avvalorata una valutazione di “rischio criminale” basata su criteri (sembrerebbe) non oggettivi e la cui pertinenza è casomai delle autorità di Pubblica Sicurezza, non del Garante della Privacy.

Anche di recente, pure dalle pagine del sito di Prevenzione Rapine e Furti, abbiamo sottolineato la gravità di alcuni accadimenti (qui e anche all’estero) e sollecitato lo sviluppo di servizi di intelligence privati volti a garantire gli interessi del mondo orafo e delle gioiellerie, ma perché gli assalti verso categorie merceologiche meno blasonate, come i farmacisti, le tabaccherie o i compro-oro dovrebbero essere ritenuti meno importanti?

E’ vero che si tratta di categorie che proteggono beni di valore molto inferiore, ma il limite di una settimana per la conservazione delle immagini è palesemente inadeguato in caso di sopralluogo dei malviventi anche il quella circostanza.

E soprattutto, c’è stato davvero un calo del rischio banca? Di cosa in particolare? Anche delle rapine che sembrano essersi stabilizzate mente gli assalti ai bancomat imperversano? Come si può avallare la teoria, priva di alcun fondamento, secondo la quale il presupposto calo delle rapine agli istituti di credito avrebbe causato un aumento del rischio nelle boutiques?

Si noti che, portando ad estrema, logica, conseguenza i concetti enunciati dall’Autorità, si dovrebbe giungere a ritenere troppi i sette giorni di conservazione delle immagini oggi previsti per le banche sono troppi.

Proprio per evitare tali palesi incongruenze, noi crediamo (lo abbiamo detto nei recenti seminari sulla materia – qui e qui) che il tema del tempo di conservazione delle immagini vada, invece, affrontato in modo diverso. E’ tempo che l’Autorità Garante ripensi a queste eccessive limitazioni ed elevi il tempo di conservazione delle immagini ad un mese, evitando a migliaia di soggetti oggi a rischio, di esperire ognuno una procedura di Verifica preliminare, troppo lunga, lenta e costosa.

Tutto questo, nel rispetto della “nota” formula: “con riferimento ad una specifica esigenza di sicurezza perseguita, in relazione a concrete situazioni di rischio riguardanti eventi realmente incombenti”, già prevista dal Provvedimento Generale sulla videosorveglianza del 2010, allo scopo di evitare un eccessivo dilagare della videosorveglianza, ma permettendola senza lacci e lacciuoli quando necessario.

A fronte delle evidenti, gravi e non temporanee esigenze di sicurezza del Paese, ci sembra che ragionevolezza e senso di concretezza lo impongano.