In questi giorni sul sito del Garante della Privacy è stato reso accessibile il primo e, forse, l’unico Provvedimento che abbia affrontato, sotto il profilo della protezione dei dati personali, le polemiche che hanno accompagnato la Expo 2015, quando si sarebbe realizzato un c.d. “stato di eccezione”, soprattutto nei confronti della normativa in materia di Diritto del lavoro, da un lato, nonché di esercizio dei diritti civili e politici, dall’altro.

La vicenda è nota. Le persone, spesso ragazzi, che hanno lavorato (ovvero, prestato gratis e semispontaneamente la loro opera) durante i sei mesi dell’Expo (nonché prima e dopo), hanno dovuto sottoscrivere contratti molto particolari e, in vari casi, sospetti di violazione della normativa vigente.

Ma anche se si sottoscrivevano queste “particolari” forme di lavoro, la Questura di Milano si riservava di rilasciare (o ritirare) un accredito ai lavoratori (e anche ai giornalisti), non sulla base di specifici precedenti penali, ma della consultazione della banca dati delle Forze di Polizia e di considerazioni non meglio definite. In realtà si è trattato di una valutazione di rischio presuntivo.

In pratica, se si avevano (si hanno) frequentazioni o contatti con gli ambienti dei centri sociali, ma pure dell’estrema destra o magari degli ultras calcistici, non si poteva lavorare in Expo e, partanto, il rapporto di lavoro veniva cessato “in tronco”.

La vicenda, come correttamente ricostruito dal Garante, ha un fondamento giuridico. Infatti, con decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 30 agosto 2007, l’Expo è stata dichiarata “Grande Evento”, con conseguente qualificazione come “sito sensibile” ai sensi dell’art. 5 del d.l. n. 7 del 18 febbraio 2015, convertito nella legge n. 43 del 17 aprile 2015 recante “Misure urgenti per il contrasto al terrorismo“.

Pertanto la Questura di Milano effettuava uno screening sulle persone che potevano accedere non come semplici visitatori. In pratica, come ricorda il Garante, era stato implementato un sistema di accrediti che implicava la sottoposizione a verifica dei nominativi di persone che dovevano accedere al sito.

Peraltro, si è trattato di una prassi già seguita nel passato, ad esempio nel corso del Semestre Europeo e per il vertice A.S.E.M., nonché nell’ambito delle XX Olimpiadi Invernali di Torino nel 2006, in occasione delle quali il rilascio del “pass” di accredito è stato subordinato al controllo preventivo nelle banche dati di Polizia.

Fin qui, osserviamo noi, tutto bene. Se non che tale attività di verifica, sempre per la Questura, si concretizzava “in pareri in ogni caso non vincolanti”. A quale titolo l’azienda per il quale lavorava l’interessato lo ha, di fatto, licenziato in tronco?

La risposta, dal nostro punto di vista, è che non esiste alcuna ragione giuridica che consenta il diniego del rapporto di lavoro sulla base di una “opinione”, quasi di un consiglio” delle forze di Polizia, evidentemente ben più pressante di quanto sembri.

Ciononostante il Garante della Privacy ha comunque deciso di rigettare l’istanza di un interessato sulla condotta tenuta dalla Questura e dalla Prefettura di Milano. Questo, tenuto presente che l’art. 53, primo comma, del Codice della Privacy fa rientrare (senza dubbio) il trattamento come posto in essere dagli organi di Pubblica Sicurezza per finalità di Polizia, per il quale non si può esercitare l’ordinario diritto di accesso e di opposizione previsto dall’art. 7 del medesimo Codice.

E’ però interessante notare che sempre il Garante ha comunque considerato la competenza come astrattamente imputabile alla Questura e alla Prefettura di Milano e non alla Direzione Centrale della Polizia Criminale, come sostenuto dagli organi centrali del Ministero dell’Interno. Vale a dire: la decisione di “consigliare” l’accesso è stata delle Autorità di PS e non di chi gestisce le informazioni contenute dal CED delle forze di Polizia.

Torniamo, però, all’argomento centrale. Non conosciamo gli esiti della vicenda sotto il profilo del Diritto del lavoro, che (verosimilmente) debbono esserci stati, ma c’è poco dubbio sul fatto che non si può, di fatto, licenziare sulla base di un “consiglio”. E’ chiaro che il meccanismo attuale per casi simili non è adeguato.

Eppure, a parer nostro, non può disconoscersi che in una democrazia i diritti dei cittadini si esercitano anche nella volontà di fare svolgere i grandi eventi, che per il comportamento dei soliti estremisti lascerebbe eccessivamente esposti all’azione di singoli (od organizzati) boicottatori, se non di veri e propri terroristi, come le vicende della TAV e tante altre ci ricordano ogni momento.

Come trovare una soluzione? Crediamo che al riguardo sarebbe necessario trovare più coraggio e non aspettare che un giudice annulli l’opera di prevenzione svolta, magari nel corso del prossimo evento, con i conseguenti rischi del caso.

Uno degli strumenti, ad esempio, potrebbe essere associato a procedure simili (ma semplificate) per il rilascio del NOS (Nulla Osta di Sicurezza), ma in realtà potrebbe bastare anche una modifica dell’attuale testo vigente del D.L. 7/15 recante “Misure urgenti per il contrasto al terrorismo”, con una specifica previsione in positivo delle caratteristiche di “affidabilità” di chi accede ai grandi eventi per motivi di lavoro.

I consulenti e i professionisti di Adeia Consulting restano a disposizione per ogni chiarimento.